PROFILO STORICO
Epoca di grandi stravolgimenti politici, la seconda metà dell’ottocento italiano è caratterizzata, in primis, da un forte desiderio di indipendenza che si concretizza nei moti insurrezionali del ’48 e, successivamente, dall’esigenza di creare una propria identità nazionale sul modello delle grandi e consolidate monarchie europee, la quale sfocerà nel Risorgimento italiano; è inutile dire che l’Italia cammina a due velocità: l’Italia del Centro-Nord avvia un processo di industrializzazione e ammodernamento che la porterà a creare infrastrutture e più in generale condizioni di vita migliori, l’Italia del Sud e delle Isole, ex Regno delle due Sicilie, depauperata da secoli di dominazioni straniere e di malgoverno, risulta abbandonata a se stessa, incapace di creare da sé un substrato economico politico e sociale che gli permetta di progredire. “Il dominio borbonico negli anni cinquanta fu non solo oppressivo e poliziesco, ma anche caratterizzato dall’immobilismo in campo economico e civile. Nulla fu fatto per favorire lo sviluppo delle regioni meridionali con opere pubbliche, strade, ferrovie (al momento dell’unità, la rete ferroviaria meridionale superava di poco i cento chilometri). Questi interventi sarebbero stati necessari per agevolare la crescita di quei nuclei di industrie tessili (seta, cotone) e metallurgiche che pure esistevano nel Mezzogiorno, anche se concentrati in massima parte nell’area del napoletano”. Come se non bastasse il neonato governo italiano incomincia a imporre una serie di tasse dirette e indirette che pesano come macigni sulle spalle dei poveri contadini meridionali. Tanto per fare un esempio, l’introduzione della tassa sul macinato, nel 1869, suscita un fortissimo malcontento fra le classi meno abbienti per via dell’aumento del prezzo del pane. Questo malumore generale, unito alla delusione per la mancata distribuzione delle terre promesse dai garibaldini, genera quel grave fenomeno chiamato brigantaggio che insanguina il Mezzogiorno d’Italia per molti anni dopo l’unificazione. Le bande dei cosiddetti “briganti” sono formate da contadini, da veterani del vecchio esercito borbonico e da banditi veri e propri che scorazzano per i monti della Sila assalendo di volta in volta palazzi borghesi, fattorie, ricchi proprietari terrieri.
Gli anni che vanno dal 1876 al 1896 sono caratterizzati dal governo della Sinistra nelle persone di Agostino Depretis prima e di Francesco Crispi poi. Liberali moderatamente progressisti, gli uomini della Sinistra sono per la maggior parte ex garibaldini, intellettuali e professionisti meridionali. L’obiettivo che si prefiggono è quello di modernizzare il paese aumentando la spesa pubblica nel Meridione d’Italia, ampliando il diritto di voto, proponendo l’istruzione obbligatoria e diminuendo il carico fiscale. La gestione della vita parlamentare e politica è caratterizzata dal cosiddetto trasformismo, cioè dalla tendenza della maggioranza di governo a gestire il paese attraverso accordi, patteggiamenti, scambi di favori con i deputati dell’opposizione. Importanti iniziative vengono prese dal governo in politica estera con la stipulazione della Triplice Alleanza insieme ad Austria e Germania: questo patto prevede la reciproca difesa in caso di attacco da parte di altre potenze europee.
In politica economica il governo attua, seppur fra molte incertezze, delle manovre protezionistiche che hanno risvolti positivi e negativi. Positivi sono certamente gli effetti sulla nascente industria italiana, che in questo modo può operare sul mercato interno in condizioni di vantaggio rispetto alla concorrenza straniera. Negativi sono il peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari (per effetto del maggior costo di pane e pasta) e le difficoltà all’esportazione delle nostre colture pregiate, specie verso la Francia, con la quale si apre una vera e propria “guerra commerciale”.
Con Crispi si ha un governo forte e autoritario. Con il consenso del re, egli concentra nelle proprie mani quote crescenti di potere, assumendo le cariche di presidente del consiglio, ministro degli esteri e degli interni. Inoltre rafforza il potere dell’esecutivo riducendo drasticamente il ruolo del parlamento. Di fronte ai conflitti sociali, Crispi usa il pugno di ferro, intervenendo con la forza e causando spesso vittime fra gli scioperanti. Nel 1893 reprime con durezza i Fasci siciliani, un movimento anarco-socialista che unisce braccianti agricoli e operai nella Sicilia duramente colpita dalla crisi. L’anno successivo fa approvare leggi eccezionali contro gli anarchici e contro i socialisti, il cui partito viene sciolto con un decreto del ministero dell’interno. Nel 1903 è la volta di Giolitti che dominerà la scena italiana fino al 1914 anche se con qualche breve interruzione. La sua politica favorisce soprattutto il Nord e il Centro d’Italia mantenendo il governo in posizione di neutralità di fronte ai conflitti sindacali, numerosissimi agli inizi del ‘900. Inoltre avvia una politica di riforme che tende a tutelare il lavoro delle donne e dei fanciulli. Il Sud rimane però ancora una volta escluso da questo tipo di politica “filopopolare”. Gli interventi di Giolitti a favore del Mezzogiorno, alcuni dei quali rilevanti, come l’acquedotto pugliese, sono sporadici e si risolvono spesso in flussi di denaro che alimentano il gioco della clientela e della corruzione. Anche la neutralità del governo nei conflitti sociali si limita alle fabbriche e alle campagne del Nord: nel meridione lo Stato continua ad intervenire duramente, causando spesso numerose vittime, per stroncare le lotte dei contadini. Nel frattempo l’Italia si prepara a vivere uno dei conflitti più sanguinosi della storia contemporanea: la prima guerra mondiale. L’equilibrio che aveva caratterizzato i rapporti fra le potenze nel corso dell’Ottocento va rapidamente incrinandosi con il nuovo secolo, fino a crollare nel 1914.
L’Italia in un primo momento decide di rimanere neutrale per le pressioni dei cattolici e dei liberali ma nel 1915 prevalgono le ragioni dei cosiddetti interventisti e il Bel Paese entra in guerra schierandosi a fianco della triplice Intesa. Intenzione dell’Italia è quella di conquistare il Trentino, il Tirolo meridionale, Trieste, Gorizia, parti dell’Istria e della Dalmazia. A momenti di gloria si alternano cocenti sconfitte come la disfatta di Caporetto ad opera degli austriaci. Nel 1917, con l’intervento degli americani nel conflitto, la guerra prende un’altra piega per poi terminare nel novembre del 1918 con l’armistizio chiesto dalla Germania alla Triplice Intesa.